29 gennaio 2019

Travellers GRANDI TRAVERSATE DA PAVIA AL KIRGHIZISTAN

Il sorpasso
Un viaggio lungo la "Nuova Via della Seta", dall’Italia fino al Kirghizistan, passando per Slovenia, Ungheria, Ucraina, Russia e Kazakistan. Nel cuore dell’Eurasia, sulle strade infinite della steppa in sella ad una Royal Enfield, facendo a gara con i cavalli selvaggi e le immancabili auto stracariche
Testo e foto di Guido Bosticco, illustrazioni di Sara Pellicoro
 Km percorsi: 13.800
 Giorni impiegati: 40
 Litri di benzina: 420
 Quota più alta raggiunta 1.800 m (Jeti Oguz, Kirghizistan)
VISIONI DAL PASSATO Una sosta lungo la E38, la strada che parte da Nord, a Samara, in Russia, e attraversa tutto il Kazakistan, fino a Sud, nella città di Shymkent, da cui si procede verso Tashkent in Uzbekistan o si svolta a Est per Bishkek, Kirghizistan.
«My name is Ayala» dice in un inglese ben scandito, spuntando da qualche portone dietro alle spalle. Avrà cinque anni. E ti viene da sorridere, anche se tu cercavi un vicolo deserto per imprecare liberamente contro la catena che è sempre più molle. Spazzolino, solvente, grasso, spazzolino, solvente, grasso. Ormai è la preghiera del mattino o della sera. Sta tirando gli ultimi qui a Turkistan, sud del Kazakistan, proprio di fronte al magnifico mausoleo di Khoja Ahmed Yasawi, il grande poeta e maestro sufi. Una cupola celeste e un arco a sesto acuto alto quasi 30 metri, dove il canto delle calandre che sfarfallano lassù rimbalza fino a terra e riempie di suono le piastrelle di cotto, mentre spose a ripetizione si alternano in questo scenario sontuoso per le foto di rito.
Nonostante il cielo plumbeo, i bagnanti sul Lago Balaton, nell'Ungheria occidentale, non mancano mai
1/3 Una Lada, la macchina simbolo dell’ex Unione Sovietica, in una via di Leopoli, sontuosa città austroungarica nell’odierna Ucraina, segna un passaggio evidente fra Ovest ed Est.
Il sole arancione tramonta fra gli hotel sovietici al di là del parco, l’aria è ferma ed è ora di uno shish kebab, con un trio di giovani mongoli venuti qui in vacanza con le fidanzate, che chissà dove sono adesso mentre i loro uomini bevono birra e mangiano kurt, il formaggio di montone arrostito e compattato, nato proprio da queste parti. "Che ci faccio qui?" si chiedeva nel titolo di un suo libro Bruce Chatwin, uno dei più celebri scrittori di viaggio della storia.
In effetti è una domanda che capita di farsi spesso in viaggio. Ed è salita dal cuore una mattina, fra i balletti dei bambini, i sorrisi dei genitori e le raccomandazioni delle maestre, nel bel mezzo della cerimonia di inizio anno alla scuola pubblica di Aqtöbe, nel Nord del Kazakistan. Oggi è la “Giornata della Conoscenza” in molti dei Paesi dell’ex Urss. Poi ci pensi e ti ricordi che ci fai lì. Il padre del piccolo Gleb, al suo primo giorno di scuola, è il meccanico che in questo momento sta tentando di rianimare la tua catena. Si chiama Misha. Bisogna aspettare un’oretta, dice, mentre sta a bagnomaria in una pozione magica di olii e solventi e qualcos’altro. È sempre la stessa catena che ti faceva penare dieci giorni fa, davanti agli occhi della piccola Ayala. E allora tutti alla festa della scuola nell’attesa. Questo è il viaggio.
Il Kirghizistan è attorniato da montagne, come la catena di Alatau sul confine kazako o lo spettacolare Tien Shan, le Montagne Celesti, che lo separano dalla Cina. Cavalli selvaggi, cammelli e pecore, praterie e yurte isolate, le tipiche tende circolari, accompagnano i viaggiatori.
I timori dell’inizio
Un mese prima, con 12.000 km in meno sul groppone,
lì fuori dalla porta di casa nella bassa Lombardia, l’ottimismo non era lo stesso. L’idea di attraversare Slovenia, Ungheria, Ucraina, Kazakistan fino ad Almaty, in solitaria, e poi - questa volta in due sulla moto - scendere in Kirghizistan, girare attorno al lago Ysykköl, al confine con la Cina, e poi ritornare, beh, non sembrava la più rassicurante delle idee. Come saranno le strade? E la polizia? E le dogane? La moto reggerà? Le gomme? Ci saranno distributori là in mezzo alla steppa? Arriverò in tempo ad Almaty? E in due come viaggeremo sullo sterrato? Tutte preoccupazioni che svaniscono col passare dei giorni, man mano che ti allontani da casa. È strano ma è così: l’entusiasmo vien viaggiando. Finita la festa della scuola, ora che nell’officina di Misha risuonano le parole «Bad news!», cattive notizie, la catena è da cambiare ma lui non ce l’ha, tutto manca fuorché l’ottimismo. Stasera si rientra in Russia con questa e domattina ad Orenburg qualcuno risolverà il problema. Quel qualcuno si chiama Sergej e trova la catena giusta, ma è troppo lunga. Avanzano una dozzina di maglie, figurarsi se è un problema. Caccia fuori il flessibile e taglia la catena a misura, poi richiude il rivetto et voilà. Selfie di rito, scambio di cellulari, un cinque alto e si riparte. Magari ci vedremo in Italia, lui e i suoi amici, i Night Wolves, ne fanno di scampagnate in moto per l’Europa.
1/3 Le soste dal meccanico sono una buona occasione per ritoccare i disegni.
Entrare nel viaggio
I viaggi via terra offrono la fluidità del passaggio. Terre aride, poi campi coltivati, villaggi isolati e città più grandi, strade piccole e sterrate, arterie di trasferimento, luoghi turistici, di nuovo deserto e steppa, poi aumenta progressivamente il traffico, entrando in una metropoli e arrivi a vedere i grattacieli delle banche, i palazzoni sovietici, i marchi internazionali della moda e le offerte per tutto il pubblico di noi turisti. Il viaggio via terra è una conquista dello spazio che avviene prima che le cose appaiano davanti ai nostri occhi. E allora scorrono come in un film le immagini di un mondo che cambia, sotto le gomme della Royal Enfield borbottante e sicura.
Il lago Balaton, lungo e stretto sulla strada per Budapest, è un mare in questo inizio di agosto. Piccole spiagge, ombrelloni e ristoranti si affacciano sull’acqua color acciaio, come il cielo. Non si curano troppo del freddo qui. È comunque estate, lo dice il calendario, e allora si fa il bagno e punto. L’Italia è un paio di confini indietro, ma siamo sempre in Europa. E poi l’Ucraina, sorprendente, con strade appoggiate sulle colline, gruppi di baite isolate, covoni di fieno, campi coltivati e ancora boschi. Sembra quasi un paesaggio svizzero, se non fosse per le enormi cupole dorate delle chiese, sopra il viavai dei fedeli ortodossi. La moto viaggia a suo agio in questi scenari. Una sosta per il pranzo e poi di nuovo in sella. È in una di queste prime sere ucraine, più o meno all’altezza di Leopoli, dove l’architettura austroungarica cede il posto alla semplicità della campagna, che davanti a una birra serale ti accorgi che è “il momento”. Quello che ogni viaggiatore attende. Quando capisci che finalmente sei nel viaggio, che sei veramente partito. Casa tua è distante, chiusa là, e tu guardi solo avanti. Così la sera dopo perfezioni questa sensazione, magari ascoltando musica e facendo due chiacchiere con un vicino di tavolo.
Il Charyn Canyon si può percorrere a piedi o con i pulmini autorizzati. Siamo nella punta estrema a sud-est del Kazakistan, al confine con la Cina e il Kirghizistan.
Due pastori sulla strada per Shymkent. Curiosità reciproca.
Sulla Nuova Via della Seta
L’indomani riparti, sei concentrato: la moto è sempre una fonte di leggera preoccupazione, speri che tutto vada bene, le gomme, l’elettronica (per quel poco che c’è sulla Royal), la benzina, il fondo dell’asfalto. Ma quando corri per trecento o quattrocento chilometri nella steppa, sfiorando le ali delle aquile posate ai bordi della strada, guardi un gruppo di cammelli che si rinfrescano in una pozza d’acqua e vedi mandrie di cavalli liberi che corrono tra gli arbusti, allora tutto torna al suo posto. Devi solo cercare una pensione che ti assicuri la moto al chiuso, un buon piatto e magari il wifi per programmare qualche visita il giorno dopo. Qui di motociclisti se ne vedono pochi. Ma è una sorpresa la strada perfettamente levigata. I blog e i diari di viaggio allarmanti letti nei mesi scorsi si sono rivelati datati; un paio di anni fa il Kazakistan ha ristrutturato le sue strade principali, grazie anche agli investimenti cinesi, perché questa è la “Nuova Via della Seta”, che unisce la Cina all’Europa.
Si viaggia benissimo, i rifornimenti non mancano, certo quando vedi un distributore è sempre meglio rabboccare il pieno, ogni tre o quattro ore trovi un motel. Ci sono camionisti, migranti uzbeki sulle Lada stracariche all’inverosimile, che ci vuole mezzora per ogni sorpasso a un camion, turisti russi, i locali che si muovono per una gita. La steppa è infinita, da Nord a Sud del Kazakistan, e in mezzo c’è il famigerato Lago d’Aral, che fu il quarto più grande al mondo. Oggi è ridotto a un deserto di sabbia e sale, con qualche pozza d’acqua rimasta e con la speranza di rinascere grazie a due grandi dighe che ricominceranno a trattenere l’acqua dei fiumi che lo alimentavano, deviati negli anni Quaranta del Novecento e ora rimessi nel letto originale. Un luogo di speranza, a modo suo. E la città di Aralsk, che affacciava sul mare e oggi sta nel deserto, ne è il simbolo.
Ancora in sella, ancora steppa fino a giungere ai sontuosi mausolei del Sud, nei dintorni di Turkistan e di Shymkent. Qui passava la vecchia Via della Seta e sono molti gli scavi archeologici in corso, come quelli di Sauran o di Otrar, che rivelano antiche città di commercianti, luoghi di ricchezza, centri nevralgici per gli scambi fra Oriente e Occidente. Oggi il Kazakistan è petrolio e gas naturale, ma il turismo sarà la sua nuova carta da giocare, c’è da giurarlo. Almaty, la vivacissima capitale culturale anche se non politica, è in completo rifacimento: chiese, musei, marciapiedi, piazze. Questo è the place to be nei prossimi anni.
La storia di un Paese è storia di eroi, visionari, qualcuno che ha rotto le regole, quasi sempre con la lotta, prima dell’arrivo di intellettuali e artisti. E il Kazakistan incarna alla perfezione questa storia. La racconta nei musei di Almaty, nei suoi palazzi, nei nomi delle vie e nei monumenti. C’è nazionalismo e insieme apertura all’altro, orgoglio e curiosità, voglia di viaggiare e di conoscere i viaggiatori. Impossibile non passare una serata chiacchierando con qualcuno.
La Moschea Dungan (cinese) di Karakol, in Kirghizistan.
Un angolo di mondo sconosciuto
Il passaggio in Kirghizistan è l’entrata in un mondo fatato: le praterie ai piedi delle Montagne del Cielo, al confine cinese, gli animali liberi, i laghi, le yurte, i pastori a cavallo che accompagnano le greggi, i volti segnati dal vento e dal freddo, che ti si avvicinano seri ed esplodono in un sorriso, mentre ti stringono la mano fra le loro due, con un calore che commuove. Qui i motociclisti non mancano. Per lo più spediscono le moto dall’Europa e si godono i grandi sterrati fra i ghiacciai, o la Karakorum Highway, la strada asfaltata più alta del mondo. Ci sono tanti ciclisti, anche, venuti via terra dal Giappone, dall’Olanda, dalla “vicina” Ucraina. Tanti camminatori e scalatori. La città di Karakol è il punto di ritrovo di sportivi e avventurieri occidentali, trovi qualche bibita delle nostre e un bar fa persino i toast. Invece Bishkek, la capitale, che più sovietica non si può a colpo d’occhio, sta cercando il suo futuro, è chiaro, si vede dai negozi, dalle auto, dalle famiglie che viaggiano, visitano, esplorano il loro stesso Paese e quelli vicini. Siamo in un angolo di mondo che pochi saprebbero collocare correttamente su una mappa, il mondo degli “Stan”: Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tajikistan, Uzbekistan e subito sotto Afghanistan e Pakistan. Ma è tempo di invertire la rotta e puntare di nuovo a Nord e poi a Ovest.
1/2 Monumenti votivi legati allo sciamanismo, molto praticato in Mongolia e molto diverso dalla stregoneria, dove l’officiante viene posseduto dagli spiriti.
Fra Taraz e Turkistan, nel Sud del Kazakistan, passava la Via della Seta. Sono tutti qui i monumenti più interessanti. In particolare la devozione femminile si concentra sul mausoleo della giovane Aisha Bibi (a destra), dove le donne lasciano biglietti con preghiere tra le piastrelle delle pareti.
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