di Paolo Della Sala - 17 gennaio 2019

Scatenati sui sentieri

Un’esperienza di guida e di riparazioni al volo con una bici assemblata in casa, lungo i 160 chilometri (di cui oltre 100 di sterrati) di una splendida gravel

Alla scoperta del Parco del Ticino

Foto Paolo Della Sala e Paolo Chimenti

Alla scoperta del Parco del Ticino

Nell’ultimo giorno di ora legale (quest’anno sabato 27 ottobre) si è corsa la Milano Gravel, circa 160 chilometri con oltre 100 di sterrati e sentieri ciclabili tra Milano – arrivo e partenza – e il Parco del Ticino.
Per l’occasione sono stato incaricato di “scortare” il gruppo per aiutare chi fosse a rischio di perdersi nell’intrico del Parco o avesse possibili guasti tecnici: una funzione simile a quella del carro scopa, anche se meno legata alla perdita di forze di chi avesse necessità di aiuto. Cyclist mi ha chiesto di raccontare quest’esperienza inusuale.
Investito di tanta responsabilità, ho puntato su un parco attrezzi/ricambi degno di una ciclo-officina ed ho preso di tutto, compreso il tiraraggi. Solo all’ultimo minuto, proprio sull’uscio di casa, ho avuto un ripensamento e ho lasciato lo smagliacatena (quando mai si rompe una catena che hanno tutti bici nuove di pacca...).
Ho fatto altre riflessioni: ha piovuto a lungo negli ultimi giorni e mi aspetto un terreno fangoso. Bisogna considerare le radici che traversano longitudinalmente i tratti di sentiero nel parco del Ticino. Mentre le ruote “maggiorate” possono stabilizzare la pedalata e rendere meno insidioso il percorso. Ma, soprattutto, posso profittare dell’occasione per sperimentare su un percorso lungo la mountain bike che mi sono costruito un paio di anni fa innestando su un telaio Marin del 1990 vari pezzi di un gruppo strada che avevo da parte.
Una bici un po’ ibrida che funziona benissimo. Qualche giorno prima della corsa, però, mi parte l’estro della “modifica”.

La “modifica”

La “modifica” è una malattia cronica che aggrediva, di solito, i ragazzi di campagna e, purtroppo, è inguaribile: molto diffusa negli anni ‘70, si manifestava normalmente con l’acquisto del primo motorino.
Trascorsi i primi tre minuti di euforia, e preso atto che il nuovo mezzo raggiungeva a malapena i 40 all’ora, il malato provvedeva a sostituire il carburatore, rialesare il cilindro, mettere una testa radiale Minarelli e togliere l’anima alla marmitta.
Poi partiva rombando e, dopo aver traversato il paese a 75 all’ora, faceva esplodere il motore grippando davanti al cimitero.
Contemplo dunque la mia mtb casereccia con occhio critico e, tre giorni prima della Gravel, decido di intervenire sostituendo il pacco pignoni 12-29 con uno 12-40 utilizzando un’estensione del forcellino (leggete il box alla fine).
Piccolo dilemma: cambio o non cambio la catena? Il diavolo dell’avarizia stravince la partita: aggiungo due maglie alla catena vecchia e assemblo il tutto.
L’operazione parrebbe riuscita perfettamente e, ora, la mia mtb è una “vera” mountain bike in grado di salire lungo un muro.

La “modifica”

I primi chilometri

Alla partenza siamo un centinaio, con un cielo plumbeo e una flebile luce autunnale. Ma non piove. Si parte scaglionati e io accompagno il primo gruppo di una trentina di persone con il Naviglio Grande che ci sfila di lato.
Dopo trecento metri la catena inizia a sussultare e io mi chiedo: perché i guasti si manifestano in questo sadico modo? Perché nel tratto da casa alla partenza funzionava tutto perfettamente così che sono stato mezz’ora a cincischiare e adesso, d’improvviso, a ogni giro di pedale la catena schiocca come una frustata?
Mi fermo a smuovere le maglie nuove che sono un po’ indurite e riparto a inseguire i miei compagni che, all’apparenza, se la cavano benissimo senza di me.
Li raggiungo con la lingua di fuori ma, risalendo da un primo sottopasso, sento un intoppo anomalo seguito da uno schianto metallico: catena rotta.
Il mio chilo di attrezzi resta - inutilizzato - nella sua custodia mentre una vocina maligna sussurra: “te l’avevo detto di portare lo smagliacatena, pirla”.

I primi chilometri

Ma per fortuna che c’è...

Vengo salvato da Matteo, 17 anni, e una certa dose di saggezza. Ha un unico attrezzo che pesa un paio d’etti, smagliacatena incluso e si ferma a darmi una mano.
Riparto con lui all’inseguimento del ‘mio’ gruppo. Mi restano solo 6 rapporti ma li farò bastare. Matteo è un appassionato di scatto fisso e vive, temporaneamente a Parigi, dove studia. Mi spiega la “skiddata” come alternativa ai freni e parla con noncuranza mentre viaggiamo a 35 all’ora e io ho un bel fiatone.
È grazie a lui che riprendo il mio ruolo di “protettore” di un gruppo che non sembra bisognoso d’aiuto.
Lo sterrato che costeggia il canale Villoresi è un incanto di colori; nonostante le nuvole e una pioggerella sottile, le foglie a terra sono una tavolozza. Per certi versi questo tempo bigio aiuta, avvicinandoci al ciclismo del nord che, nonostante le poche salite, trae dal fango lo spunto della fatica.
I primi 50 chilometri alternano l’asfalto al fuori strada con un passaggio nel cuore del Parco, lungo i sentieri che costeggiano il fiume tra Besate e Turbigo. Un percorso sinuoso e stretto, con qualche curva secca ma senza insidie particolari.
Fortunatamente il terreno ha drenato la pioggia caduta in precedenza e, per certi versi, è in una condizione ideale per manifestazioni di questo genere. Sufficientemente solido da consentire una pedalata sicura, ma abbastanza umido da imporre un po’ di attenzione regalando qualche piccola difficoltà.
Antonio, giornalista, è piuttosto entusiasta: è felice di essere in mezzo ai boschi, stupito che a pochi passi da una metropoli si possano trovare spazi aperti così ampi e selvaggi.
“Basta con le granfondo”, mi dice. “C’è troppa competizione”. Per questo, immagino, si fionda nelle pozzanghere risucchiando l’acqua coi copertoncini, ingarellato mica da ridere. Chissà cosa faceva quando era in trance agonistica.
Si traversa il Ticino e ci si inoltra in un lungo tratto di strade poderali, carrarecce e sentieri. Si percorrono gallerie negli alberi, tra il sentore giallo e verde delle foglie appassite sui rami e la moquette variopinta di quelle per terra.
Faccio un po’ la spola fra il gruppo di testa e qualcuno restato un po’ indietro. Il mio compito si esaurisce chiedendo a quelli che incontro se abbiano o meno il navigatore con la traccia del percorso. Sono tutti ben attrezzati: sono un cane pastore senza pecore smarrite.

Ma per fortuna che c’è...

Guida su sterrato

La gran parte dei partecipanti ha bici gravel che, come noto, hanno un’impronta a terra più lunga, con un carro posteriore più rilassato e un angolo sterzo inferiore rispetto alla bici da strada.
Cinelli sponsorizza la manifestazione proponendo in prova la sua Zydeco: un nome evocativo perché lo “zydeco” è uno stile musicale ibrido, d’origine creola. Il nome nasce in Louisiana e trae origine dalla storpiatura del vocabolo francese “les haricots” (i fagioli).
Un nome adatto a queste biciclette per “giramondo” che impongono, qualche attenzione di guida. In generale, i percorsi gravel presentano poche asperità tecniche, ma è bene adottare qualche accorgimento mutuato dal mondo mtb o dal ciclocross.
Innanzitutto, sembra banale, bisogna guardare avanti: soprattutto sullo stretto, cioè, bisogna che lo sguardo anticipi la traiettoria che va scelta prevedendo le difficoltà e affrontandole con decisione (in modo pulito, direbbero i crossisti).
Poiché il percorso può presentare tratti fangosi è bene sapere che, soprattutto in caso di pioggia, non bisogna mai frenare a fondo ma, piuttosto, adottare una politica di frenata/rilascio/frenata che eviti il bloccaggio delle ruote.
Il fango, sui sentieri o negli avvallamenti, può essere “asciutto” (argilloso) o “bagnato”. Entrambe le tipologie comportano qualche accorgimento: sull’asciutto il rischio maggiore è dato dalla creazione di binari che possono comportare lo scarrocciamento del mezzo, sul bagnato si può più facilmente scivolare.
Buona pratica è quella di tenere rapporti agili (così che le ruote siano più facilmente in presa senza intoppi) e impostare una velocità tale da non comportare frenate brusche.

Guida su sterrato

Il nostro percorso

Il tracciato è, tecnicamente, alla portata di tutti. Le uniche insidie, non diverse da quelle che si possono incontrare normalmente, sono le radici affioranti e umide che possono risultare scivolose se prese, invece che ortogonalmente, di striscio o con direzione obliqua; e qualche curva stretta con mota e pozzanghere.
Queste minime difficoltà comportano, per esempio, una certa accortezza nella pressione dei pneumatici che, rispetto alla bici da strada, devono essere molto meno in tensione per mantenere un grip più ampio.
Il rischio, evidentemente, è quello di tenere la pressione troppo bassa e di pizzicare a ogni ostacolo. La gran parte del tracciato si snoda su carrarecce o interpoderali ben livellate, con ghiaia o brecciolino. C’è anche qualche passaggio su acciottolato in stile Roubaix, ma nulla che non consenta di fare l’intero percorso con una bici tradizionale.
Tutto questo mi era ben chiaro, prima della partenza.
Ciò non toglie – a dimostrazione che la pratica vale più della grammatica – che i miei pneumatici siano un po’ troppo gonfi e che, quindi, io tenda a rimbalzare in certi passaggi un po’ più ruvidi.

Il nostro percorso

Tra Vigevano e il Ticino

Il primo punto di controllo è presso un agriturismo nel bel mezzo dell’intrico di canali che costeggia il Ticino.
Abbiamo fatto una sessantina di chilometri, ma in fuori strada valgono doppio e il clima rilassato induce quasi tutti a rifocillarsi all’antica, con una merenda come si comanda.
“Normalmente faccio granfondo”, mi dice un altro Antonio che, come me, pedala su una mtb piuttosto agée. “Non mi fermo ai ristori, porto con me barrette o gel”, aggiunge mentre addenta un metro cubo di panino.
Dalla tasca posteriore spunta il tappino giallo di un integratore, ma a me pare che il paninazzo gli dia più soddisfazione...
Si riparte in ordine sparso e, per qualche minuto, si pedala sotto un’acquerugiola priva di carattere, quella condizione meteo che lascia indecisi se mettere o no la mantellina così che chi non la indossa si bagna e chi si copre suda.
Il paesaggio è sempre bello e, praticamente, non abbiamo visto un’auto e non la vediamo ancora per una ventina di chilometri tra fiume e campagna fino a Vigevano, che traversiamo per poi inoltrarci lungo i sentieri che fiancheggiano il Ticino, in mezzo al bosco, col grande fiume che ci respira accanto.
Così vicino che, qualche giorno e tanta pioggia dopo, il fiume è esondato ricoprendo d’acqua tutt’attorno così che ripassare a Bereguardo sul ponte costruito sopra chiatte mostrerebbe l’acqua vorticosa e veloce del fiume in piena.
Ma il 27 ottobre il fiume se ne stava placidamente al proprio posto. Arrivo al ponte insieme a Leonardo, Antonio e Matteo.
primi due hanno dato un senso al mio ruolo perché li ho raccattati fuori Vigevano, impalati a una rotonda senza un’idea di dove andare.

Tra Vigevano e il Ticino

Per arrivare in fondo

“Sarà anche pianura...”, penso mentre mi districo tra le pozzanghere, ma un po’ di stanchezza affiora perché i novanta chilometri di sterrato ormai pesano come una salita seria. In effetti l’allenamento invernale ha sempre contemplato un po’ di ciclocross: pedalare su terreni resi molli dalla pioggia o, ancor di più, fangosi impone sforzi da pendenze severe.
Il percorso è ancora misto fino a Morimondo, località con poco più di mille anime con al centro un’abbazia cistercense dell’XI secolo, cui noi dovremmo arrivare da sotto” seguendo un sentiero che traversa i campi.
Scrivo dovremmo perché sulla lievissima salita verso l’abbazia la povera catena si spezza nuovamente e Matteo, ormai rassegnato, mi allunga il suo sacchetto degli attrezzi.
Sono di nuovo “unchained”, dunque, ma non come l’eroe del film di Tarantino. Mi ci metto e aggiusto il pezzo: la catena ormai è un moncherino che consente, evviva, solo i rapporti duri. Matteo, giustamente, s’è involato e, forse, ha anche pensato di abbattermi sul posto, come si faceva coi cavalli. Però non l’ha fatto e gliene sono molto grato.
Gli ultimi trenta chilometri li faccio scortato da Leonardo e Antonio, pedalando leggero leggero per evitare strattoni e strappi.
C’è un ultimo settore di sterrato che affronto pedalando come una duchessa inglese, mentre la luce si fa più evanescente e il pomeriggio scurisce.
Arrivo, infine, con la catena attaccata con lo sputo e i miei due angeli custodi a fianco. Finisco in versione “accompagnatore-accompagnato” che doveva scortare ed è stato scortato. Per essere una guida, un successone.

Per arrivare in fondo

Ampliare la misura del pacco pignoni

Quest’estate ho scoperto l’esistenza di un piccolo marchingegno che consente di ampliare notevolmente la misura del pacco pignoni. Si tratta di un’estensione del forcellino posteriore che si posiziona nel foro di aggancio del cambio e che, in questo modo, trasforma il deragliatore posteriore in un meccanismo a gamba ben più lunga. Il costo, a seconda delle marche, varia tra i 4 e i 20 euro e l’impianto è semplicissimo.
In sintesi con questo piccolo accorgimento si può rendere qualsiasi bici un po’ più duttile o adattarla a gambe che non hanno più la possibilità di ‘tirare’ rapporti estremi. Se avete un pacco pignoni 11-25 e non ce la fate più, potete tenervi il vecchio deragliatore a gamba corta montando l’estensore, la cui funzione è allontanare le pulegge dai rapporti più agili.
L’unica accortezza, ovviamente, consiste nell’acquistare o nel montare un pacco pignoni compatibile con il gruppo comandi di cui si dispone. Può essere necessario sostituire la catena e, se avete letto l’articolo, vi apparirà chiaro il perché.
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