di Mark Bailey - 25 gennaio 2019

Monti pallidi

Le Pale di San Martino offrono salite impegnative e splendidi panorami, un vero paradiso per i ciclisti

Dolomiti segrete

Dolomiti segrete

Immagini Joe McGorty

I ciclisti che partono alla scoperta delle Pale di San Martino, uno dei gruppi più meridionali e meno conosciuti delle Dolomiti, dovrebbero ringraziare la scrittrice inglese Amelia Edwards. Romanziera, giornalista, egittologa, viaggiatrice indomita e donna di grande temperamento, la Edwards si avventurò tra queste montagne quando erano ancora pressoché sconosciute, nel lontano ‘800. Spostandosi a dorso di mulo, avvolta in un abito lungo e cibandosi di uova sode, questa signora inglese annotò le sue esperienze tra i “Monti pallidi” in un diario di viaggio pubblicato nel 1873 intitolato Cime inviolate e valli sconosciute. Vagabondaggi di mezza estate nelle Dolomiti (“Untrodden Peaks and Infrequent Valleys”).
Stregata dagli “aspri muri delle Dolomiti, grigi, striati di giallo sulfureo, con rosse macchie rugginose” e dai picchi “simili a punte di freccia scheggiate”, riuniti in fitte catene montuose, Amelia dichiarava con sicurezza “che solo le Ande consentono di ammirare un luogo più solitario, selvaggio ed emozionante”.
La scrittrice osservava le “aguzze spire” innalzarsi come lame di sciabola, le cascate impetuose “ruggire come il mare che si infrange sulle scogliere” e le boscose montagne incombere su di lei come “strani mostri marini pietrificati, ricoperti di gigantesche antenne”. Tutto ciò offriva “una scena di grandiosità selvaggia e senza pari”.
Da allora però questo territorio è stato attraversato da strade, piste di sci, sentieri per trekking, gallerie, funivie... Eppure le Pale di San Martino, i cui picchi sembrano voler mordere il cielo come le fauci di un alligatore, non hanno perso il fascino ruvido e selvaggio sperimentato da Amelia Edwards, il cui libro ha contribuito ad aprire quest’angolo di paradiso a turisti, sciatori, escursionisti e ai ciclisti stranieri. Ci abbiamo messo più di un secolo ma ci siamo arrivati. Situate a circa 140 km a nord-ovest di Venezia e a 150 km a nord-est del Lago di Garda, le Pale di San Martino custodiscono un patrimonio di salite e viste memorabili. E anche se località di montagna come San Martino di Castrozza passano dagli abituali 500 abitanti ai 20.000 della stagione turistica, questa regione è ancora oggi relativamente “vergine” per i ciclisti su strada, che in genere preferiscono dirigersi un po’ più a nord, per saggiare le loro capacità sul Sellaronda. Tuttavia gli splendidi panorami e le pendenze “cattive” stanno rendendo le Pale di San Martino sempre più attraenti.

Montagne dello spirito

Quando arrivo a Transacqua, una cittadina all’angolo sud-occidentale delle Pale, è ormai notte e le montagne sono solo nere silhouette sotto il chiarore argenteo della luna. Durante la cena (carpaccio, orzotto con salsiccia e noci e una torta locale a base di frutti rossi), consulto la mappa del percorso che ci aspetta l’indomani: un anello di 108 km in senso antiorario attorno al grigio gruppo delle Pale, con 3.400 metri di dislivello totale e quattro salite principali: Passo Cereda (1.361 m), Passo San Pellegrino (1.918 m), Passo Valles (2.033 m) e Passo Rolle (1.989 m). Un percorso degno di Amelia Edwards, che però cavalcava un mulo, non una bici...
Al mattino il paesaggio è inondato di sole. Dopo una colazione a base di avena, yogurt e miele locale (più qualche pasticcino) incontro la mia guida, Massimo Debertolis, che, detto per inciso, nel 2004 è stato campione mondiale di mountain bike Marathon e che da queste parti ha passato una vita ad allenarsi.
Saliamo in sella, agganciamo le scarpe e via, scivoliamo tra le strade di Transacqua, i cui giardini e balconi agghindati si sono guadagnati un premio al concorso nazionale “Comune fiorito”.
All’epoca di Amelia Edwards queste strade erano così malridotte da essere quasi impraticabili, ma oggi possiamo tranquillamente arrampicarci lungo il percorso seguendo una striscia d’asfalto liscia.
Passiamo accanto a case dipinte in colori verde pastello, pesca, giallo limone e attacchiamo la prima salita (6,7 km con una pendenza media del 9%), che ci porterà a Passo Cereda. Già così non è un modo gentile di iniziare la giornata, ma dopo appena 2 km ci ritroviamo ad affrontare rampe al 15-16%! Le cime dei pini gettano una ragnatela di ombre sulla strada e, nonostante
il cuore già pompi a mille, l’aria ci sembra ancora frizzante. Massimo dice che qui, in inverno, lo spessore del manto nevoso può triplicare nello spazio di pochi tornanti. Passiamo tra pascoli punteggiati di fiori gialli e chalet affacciati sulle valli dalle montagne retrostanti. L’atmosfera è di una tranquillità irreale... riesco a sentire i cavalli che brucano l’erba. La strada, ripida, si snoda tortuosa come un nastro di tagliatelle, ma dopo un ultimo sforzo su un duro tratto di 700 metri al 10-12% arriviamo finalmente al passo, segnato dalla presenza di qualche altro chalet e cataste di tronchi.
Massimo indossa un completo nero-arancione, per cui mi è facile seguire le sue linee mentre scollina e si lancia lungo l’altro versante delle valle. Da quassù le montagne sembrano azzurre come le onde di un oceano lontano. Alla nostra sinistra si vede l’estremità sud-orientale delle Pale di San Martino, un mondo di torri rocciose ritorte che l’Unesco ha fregiato del titolo di patrimonio dell’umanità.

Montagne dello spirito

Le nuvole incombono su Passo Rolle, una salita di 7 km con una pendenza media del 6-7%. Una volta in cima, si offre ai nostri occhi la vista più spettacolare della giornata

Sull’ottovolante

I picchi dolomitici sono una delle vedute più spettacolari che possano capitare a un ciclista

Sull’ottovolante

Prima di arrivare a Gosaldo ci godiamo una discesa tipo ottovolante, con tratti al 20%, e andiamo decisamente spediti. Il paese, con le sue caratteristiche case intonacate di bianco con le travi in legno a vista, è attraversato da un torrente. Arrivati a una chiesa color crema, svoltiamo a sinistra e attacchiamo la salita che ci porterà a Forcella Aurine. Da qui ci godiamo una fantastica discesa di 14 km in direzione di Agordo, sede della Luxottica, la società fondata nel 1961 dall’ormai milionario Leonardo Del Vecchio, che oggi possiede marchi storici come Ray-Ban e Oakley. Massimo mi ricorda che nelle vicinanze c’è anche un outlet di Castelli, motivo per cui vediamo molti ciclisti che indossano il kit del Team Sky.
La strada che da Agordo punta verso nord è molto trafficata e piena di gallerie, ma svoltando a sinistra, poco prima di Agordo, è possibile seguire una catena di vie secondarie e piste ciclabili che si snodano tra torrenti spumeggianti e dirupi, per poi ricongiungersi alla strada principale. La deviazione ci obbliga ad attraversare una galleria priva di illuminazione ma anche di auto. Niente male: per la luce ce la caviamo con la torcia dello smartphone di Massimo.
A Cencenighe Agordino, al km 40 del nostro percorso, attacchiamo i 20 km di salita che ci portano ai 1.918 metri di altitudine del Passo San Pellegrino: è un dislivello di 1.144 metri, con una pendenza media del 6,3%. Attenzione, però, perché come tutte le medie anche questo numero non dice tutta la verità, perché include un tratto brutale, lungo ben sei chilometri, con pendenza superiore al 10%.
È la prima volta nella giornata che ci avventuriamo a questa quota e avverto subito gli effetti della mancanza di ossigeno: quando raggiungiamo i tratti più ripidi tutto quello che riesco a fare è arrancare sui pedali. Nella lenta e faticosa ascesa verso la cima passiamo davanti al rifugio Stella Alpina, che Vincenzo Nibali ha utilizzato come base logistica durante i suoi allenamenti su queste strade per più di dieci anni. Del resto, per quanto le salite più famose si trovino nel quadrante settentrionale delle Dolomiti, il Passo San Pellegrino è stato incluso diverse volte nel percorso del Giro d’Italia: l’ultima nel 2014.
Massimo si porta avanti e vedo la sua maglia arancione sparire dietro una curva. La strada sembra non voler finire mai, come se un sadico si divertisse a stendere un nuovo nastro d’asfalto ogni volta che svoltiamo una curva. Cominciano a farmi male le gambe ma continuo con tenacia a spingere fino alla cima, coronata immancabilmente da chalet e skilift. Madido di sudore, in questo gran vento non passa molto prima che cominci a rabbrividire. Pensavamo di mangiare qui al passo ma i ristoranti sono chiusi. Dobbiamo scendere.
C’è qualcosa di deprimente nel dover subito ridiscendere una montagna che ti ha appena massacrato, ma la velocità alla quale ci lanciamo verso valle è decisamente eccitante e ci fa apprezzare ancor meglio quanto è stata dura e ripida la salita. I dischi dei freni sono roventi ed è con enorme sollievo che raggiungo il fondovalle, se non che… la salita ricomincia immediatamente. Per trovare un posto dove mangiare dovremo infatti arrampicarci lungo la strada che ci porterà fino ai 2.033 m del Passo Valles. La strada è ripida e sempre all’ombra, un po’ opprimente, dei folti abeti. Quando arriviamo alla Pensione Dolomiti, dove pranziamo, mi tremano le gambe. Prima ancora di entrare alla pensione, sciolgo una compressa di sali nella borraccia e divoro una banana. Una volta dentro, mi attendono focacce con salame e una torta ipercalorica con copertura di pistacchio e miele.

Musica... per le mie gambe

Non so se sia colpa del caldo o del fatto che dobbiamo subito ricominciare a salire per arrivare al passo, ma avverto fitte improvvise e crampi alle cosce. La salita è lunga 7,3 km, per un dislivello di 638 metri a una pendenza media piuttosto minacciosa: 8,7%. In alcuni punti la pendenza supera ancora una volta il 10% e questo basta a farmi tremare i muscoli. Un motociclista mi sorpassa, guardandomi perplesso: sembra che non abbia mai visto qualcuno pedalare massaggiandosi la coscia sinistra. Vicino alla vetta, compare uno splendido pascolo, attorniato dagli inconfondibili denti di roccia. Siamo a 2.033 m di quota, il punto più alto del nostro percorso. Sono esausto ma non voglio fermarmi troppo a lungo: ho paura che mi vengano i crampi e non vorrei che Massimo mi abbandonasse quassù, a bordo strada, come un rottame da buttare. Il primo tratto della discesa è piuttosto tecnico, con una serie di tornanti stretti. Anche la strada è stretta, con barriere laterali in legno. Al bivio per Paneveggio svoltiamo verso sud in direzione Passo Rolle, costeggiando la Foresta dei Violini, parte del Parco naturale Paneveggio-Pale di San Martino, con i suoi famosi abeti rossi, alti e dritti. Il loro legno ha la densità perfetta per la costruzione degli strumenti musicali e fornisce la materia prima per eccellenti chitarre, viole, violini e pianoforti.
Peccato che l’unica musica che risuoni ora nella mia mente sia simile a una marcia funebre, degna colonna sonora per la salita che ci porta verso il passo. È un’ascesa piuttosto diretta, lunga 7,3 km. La pendenza media è solo del 6-7% ma, a questo punto, i chilometri percorsi cominciano a farsi sentire. La consolazione è che ogni pedalata ci avvicina a uno dei panorami più spettacolari della regione.
Mentre scolliniamo Passo Rolle e ci lanciamo in discesa, le montagne si stagliano alla nostra sinistra come i bastioni di una fortezza incrostata di ghiaccio. Il panorama non è cambiato dai tempi in cui Amelia Edwards l’ha visto per la prima volta. Osservando il Cimon della Pala, la seconda vetta più alta del gruppo, scrisse: “Nemmeno il Cervino, con tutto il suo carico di tragedie e l’aspetto crudele, incute un tale senso di pericolo e dell’umana insignificanza e impotenza”.
Ora che le salite sono finite, posso godermi i 23 km della discesa che ci porterà nuovamente a Transacqua. Dalla strada si vedono le reti metalliche in fila installate per frenare la caduta dei massi e i grandi ghiaioni che scivolano dai pendii delle montagne. Ad aggiungere pathos alla drammaticità della scena, ecco arrivare uno scroscio temporalesco, breve ma intenso, che mi consente di apprezzare i freni a disco della mia bici sull’asfalto bagnato. A un certo punto mi ritrovo in mezzo a un gruppo di motociclisti norvegesi, rallento e mi sposto a lato della strada per farli passare, ma non sembrano avere tutta questa fretta… Anche loro vogliono prendersela comoda e godersi lo spettacolo.
Quando smette di piovere sfrecciano via, lasciandomi solo ad assaporare la parte finale del percorso in un’aria cristallina e resa fresca dalla pioggia. Arrivando a San Martino di Castrozza, a pochi chilometri dalla fine del nostro viaggio, sono accolto da una vista mozzafiato: un arcobaleno inonda di colori le possenti e grigie pareti della Pale. Nemmeno Amelia Edwards poteva aspettarsi una conclusione migliore per questa avventura dolomitica.

Musica... per le mie gambe

Un arcobaleno ci dà il benvenuto a San Martino di Castrozza. La nostra meta è vicina

La nostra bici

Genesis Volare 931

La nostra bici

La Genesis Volare 931 (2.450 euro il telaio, 5.955 euro la bici) è una bicicletta in acciaio, molto elegante e dalle linee pulite, adatta a qualsiasi condizione atmosferica. All’inizio ero un po’ nervoso all’idea di utilizzare una bici in acciaio su salite così ripide, ma questo modello è stato sviluppato grazie all’esperienza accumulata dall’azienda con i corridori professionisti e non è affatto pesante. La Volare che ho utilizzato era equipaggiata con componenti Dura-Ace, ruote Shimano RS 700, pipa in alluminio, reggisella e manubrio Pro Vibe e, pur essendo più pesante dei modelli da corsa in fibra di carbonio di fascia alta, non mi ha mai messo in difficoltà in salita. Il robusto movimento centrale e il tubo trasversale ovalizzato conferiscono maggior rigidità, mentre gli snelli foderi verticali contribuiscono a smorzare le vibrazioni generate dall’asfalto, per una pedalata più morbida. Sotto la pioggia ho potuto apprezzare i copertoncini da 28 mm e, soprattutto, i freni a disco, che mi hanno aiutato a scendere in tranquillità sull’asfalto viscido.


Come e dove

Come e dove

VIAGGIO
Venezia è servita dall’aeroporto Marco Polo, che dista circa 13 km dalla città. Da lì è possibile noleggiare un’auto e in due ore si arriva a Transacqua. Happy Travels (happytravelsdolomiti.it) mette a disposizione le navette per i trasferimenti e il trasporto delle bici.

ALLOGGIO
Abbiamo alloggiato all’Hotel Castel Pietra (hotelcastelpietra.it), a Transacqua, qui i prezzi oscillano tra 50 e 90 euro a notte. Il gestore dell’albergo è un ciclista e mette a disposizione uno spazio per custodire le bici. All’albergo abbiamo trovato colazione abbondante (a buffet), servizio lavanderia e spa, per massaggi e recupero fisico alla fine di una giornata in sella.

RINGRAZIAMENTI
Ringraziamo l’ufficio turistico di San Martino di Castrozza, il cui sito (sanmartino.com) contiene tantissime informazioni sui bike hotel che offrono servizi ai ciclisti, come deposito e pulizia biciclette, attrezzatura per riparazioni e informazioni sugli itinerari. Sul sito sono inoltre reperibili informazioni sui percorsi disponibili nella regione, comprensivi di distanze, tempi di percorrenza, altimetrie, indicazioni stradali oltre a informazioni generali di carattere turistico ed enogastronomico.

Per scaricare il percorso

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