25 marzo 2019

Coraggio olandese

Annemiek van Vleuten confida a Cyclist come ha superato dolore e paure (dopo la bruttissima caduta di Rio 2016) per arrivare a vincere due Mondiali, e perché le cicliste bramano più le corse che il denaro
Immagini Chris Blott
Avvolta in un lungo cardigan nero, Annemiek van Vleuten è in cucina e sta tagliando delle verdure, mentre parla di giochi da tavolo, della sua squadra di calcio del cuore – l’FC Twente – delle sue immersioni alla Grande barriera corallina e del suo master in epidemiologia. Solo un poster appeso al muro, che la ritrae durante una prova a cronometro, ci ricorda che questa rilassata ragazza che sta cucinando una zucca è anche l’attuale ciclista numero uno al mondo.
Questa scena di piacevole beatitudine sembra strana dato che la Van Vleuten, 36 anni, ha conquistato tantissimi fan grazie a una grinta indomita. Ha ottenuto grandissime vittorie, dal Giro delle Fiandre nel 2011 all’ultimo Giro Rosa, passando per due edizioni de La Course, due titoli mondiali a crono, la Coppa del mondo Donne 2018 e le Strade Bianche 2019. La ciclista olandese è anche famosa per il suo eroismo: a Rio 2016, si è ripresa da una sanguinosa caduta che l’ha lasciata contorta lungo un cordolo ai lati della strada ed è andata a vincere il Tour del Belgio un mese dopo. A La Course del 2017, il suo attacco sul Col d’Izoard ha segnato un leggendario record parziale su Strava, migliorato solo da due ciclisti (uomini) impegnati al Tour de France qualche ora più tardi. Più di recente, è miracolosamente riuscita a giungere settima al Campionato del mondo su strada 2018 pur con un ginocchio rotto.
Eppure Van Vleuten insiste nel dire che non è la guerriera dell’immaginario collettivo. “No, la verità è che odio soffrire, ma sono brava a farlo. Questo è forse anche il motivo per cui odio soffrire: so che posso spingermi oltre il limite e quindi la cosa fa ancora più male. Non mi piacciono particolarmente nemmeno le crono. Sono così difficili. Però io sono abbastanza brava”.
Ciclista della Mitchelton-Scott, è spietata in corsa ma è altrettanto decisa ad avere una propria vita al di fuori del ciclismo: oltre a godersi le vacanze come sub e guardare il calcio, studia spagnolo e italiano, legge biografie e romanzi storici, strimpella la chitarra (“È come lo yoga, un allenamento di consapevolezza”) e gioca con gli amici a I Coloni di Catan (gioco da tavola che simula la colonizzazione di un'isola).
“Sono orgogliosa di essere una ciclista equilibrata”, dice. “Fare una pausa è un bene per la mia salute mentale. È come una ricarica. Marianne Vos è una buona amica, ma ho più amici fuori dal ciclismo. A volte è bello tornare all’università, bere un po’ di alcol e rilassarsi”.
Avendo lavorato in un ufficio, finita l’università, Annemiek apprezza la differenza tra la vita normale e il ciclismo professionistico meglio della maggior parte dei corridori. “A volte ripenso all’ufficio – che odio – e dico tra me e me: Ah, non lamentarti della pioggia perché il tuo lavoro è molto più bello ora”.
“Sono realista su quanto sia bella la vita di una ciclista. A volte sento alcune mie colleghe lamentarsi e penso che a loro un’esperienza di vita normale sarebbe servita”.

Inseguendo arcobaleni

Immagini Chris Blott

Inseguendo arcobaleni

La vista di due medaglie arcobaleno appese alla finestra del piano superiore rende facile identificare la casa di Van Vleuten in una strada di periferia a Wageningen, a 80 km a Sud-Est di Amsterdam.Ai Campionati mondiali del 2018 di Innsbruck ha mantenuto il suo titolo a crono dell’anno precedente, completando il percorso di 27,8 km con 28 secondi in meno rispetto alla campionessa olimpica Anna van der Breggen.
“Come se tutto il tuo corpo ti urlasse di smettere”, ci dice. “È una prova da superare. Una voce mi dice: smetti di pedalare! E un’altra: no, devi spingere di più. Nella mia testa ci sono un sacco di discorsi. Bisogna essere in grado di cavalcare il dolore. Non ci sono molte persone che hanno vinto due volte il Mondiale a crono e nessuno lo ha vinto tre volte, quindi questo è il mio obiettivo futuro”.
Un incidente durante la prova in linea di 155,6 km l’ha lasciata con una rotula rotta e le ha rovinato la possibilità di ottenere una doppietta. “Ho avuto un sacco di dolore dopo l’incidente. Ma, pedalando in salita, riuscivo a sorpassare tutte, con una gamba sola. Era instabile, ma pensavo fosse solo liquido infiammatorio nel ginocchio. Nella mia impazienza di vincere, ho insistito. Non potevo accettare di non concorrere per la vittoria solo perché chi era davanti a me è caduta. La volontà di vincere era più grande del dolore”.
Van Vleuten ha passato l’inverno in riabilitazione dopo un intervento chirurgico al ginocchio, ma l’infortunio non è riuscito a oscurare una stagione ricca di successi. È stata particolarmente orgogliosa di vincere il Giro Rosa.
“Il mio ex direttore sportivo mi aveva detto che non sarei mai riuscita a vincere il Giro, quindi è stato particolarmente bello riuscirci”, afferma. Vincere la cronoscalata di Campo Moro con 2 minuti e 28 secondi di distacco è stato il suo punto forte: “Ho deciso di utilizzare la mia bici da crono perché gli ultimi due chilometri erano più blandi, ma la prima parte è stata come salire sull’Alpe d’Huez con un modello da crono. È stata una cosa un po’ rivoluzionaria. Avevamo calcolato tutto con simulazioni e test e avevo fatto un sacco di ricognizioni sul posto, ma significava comunque percorrere 3-4 km con una pendenza del 10%”.
Dopo il suo Master in epidemiologia all’Università di Wageningen, Van Vleuten gode dell’approccio scientifico alla performance: “I miei studi mi hanno resa critica e quindi se il mio allenatore imposta una particolare sessione di allenamento, mi chiedo sempre il perché. Mi piace leggere articoli scientifici e seguire persone su Twitter che twittano idee scientifiche interessanti”.
Un’altra dimostrazione delle sue capacità di recupero è stata la vittoria de La Course di 118 km appena due giorni dopo aver trionfato nel Giro, battendo Van der Breggen di un secondo, dopo averla raggiunta negli ultimi 25 metri.
“Ho avuto solo un giorno per recuperare e lei è arrivata fresca, non avendo corso il Giro. Quando è scappata, una parte di me voleva arrendersi ma mi sono detta: ‘spingi duro fino alla fine’. Poi le sono arrivata dietro e ho pensato: ‘ehi, sta rallentando’. Allora ho spinto con tutta me stessa e l’ho raggiunta. Ho dato tutto ciò che avevo”.

Festaiola

Da bambina, Van Vleuten amava il calcio, la ginnastica, l’equitazione e il ciclismo. Andava a scuola su una bici da corsa Peugeot rossa di quinta mano. “Ricordo di aver iniziato a cronometrarmi sulla distanza di 1 km. Avevo solo otto anni”.
Amava anche guardare il Tour: “Soprattutto quando gli olandesi erano in auge, con la Rabobank. Ricordo di aver visto Peter Winnen, Leon van Bon e Micahel Boogerd”.
Il calcio è rimasta la sua passione principale ma, dopo essersi strappata nel 2005 il legamento crociato in una partita, il suo medico le consigliò di pedalare di più.
“Ho comprato una bici solo per mantenermi in forma perché, da studente, ero un po’ ingrassata. I miei amici studenti mi conoscono solo come una festaiola e non credono che io oggi possa essere così seriamente concentrata sul ciclismo. Nel 2007 ho iniziato a correre e sono diventata più che fanatica. Poi, nel 2008, ho fatto un test fisico con misurazioni sul consumo di ossigeno ed ho scoperto di avere gli stessi valori delle ragazze della nazionale. È allora che ho pensato che potevo essere brava in questo sport”.
Dopo l’università, ha affiancato le corse con la DSB Bank - Nederland Bloeit al suo lavoro d’ufficio. “All’inizio ero molto nervosa prima di una gara, ma mi sono data 20 corse prima di trarre le prime conclusioni”, dice. “All’inizio odiavo il ciclismo ma poi, dopo 10 gare, ha iniziato a piacermi”.
Nel 2010 ha lasciato il lavoro ed è salita 25 volte sul podio in gare UCI. “Il mio stipendio da ciclista era di 800 Euro al mese, quindi non potevo dire di essere una professionista”, dice. “Ma ho iniziato a credere di poterla diventare”.
Nel 2011 ha vinto il Giro delle Fiandre. “È stata la mia svolta”, dice. “La storia lo rende speciale, ma gareggiare nello stesso giorno degli uomini dà alla cosa ancora più valore. Jeroen Blijlevens, il mio ex DS, disse: “Ora vedrai che vincerai altre corse”. Aveva ragione. È stato il passo decisivo per vincere altre grandi gare”.

Festaiola

Immagini Chris Blott

Cadi e impara

Immagini Chris Blott

Cadi e impara

L’ascesa di van Vleuten verso il successo non è stata priva di drammi. Il suo brutto incidente alle Olimpiadi di Rio 2016, quando era in testa alla corsa, ha lasciato sua madre Ria sconvolta.
“Pensavo fosse morta”, ha ammesso Ria in seguito. La caduta divenne tristemente celebre su YouTube, ma Van Vleuten ne ha pochi ricordi. “Ho perso conoscenza”, dice. “Ero sola davanti e sapevo che Mara Abbott, quella dietro di me, non era una brava discesista. Pur non volendo rischiare troppo, ho sbagliato a impostare quella curva”.
“Dalle foto sembrava proprio orribile, ma il mio recente infortunio è stato anche peggio. In realtà non era nulla di grave”.
Tre fratture vertebrali, gravi commozioni celebrali e 24 ore di terapia intensiva sembrano abbastanza brutte, ma un mese dopo ha vinto il Giro del Belgio. Van Vleuten ha fatto pace coi suoi brutti ricordi di Rio.

“Ho visto la caduta di Rio perché la gente me la mostra più e più volte. Vedo qualcuno che si schianta ma non ho sensazione di essere io. Le persone, però, vogliono solo mostrarmi l’incidente. Accetto che le persone siano fatte così. Ma l’insegnamento che mi lascia Rio non è questo, bensì che ho staccato tutte in salita e stavo per conquistare la medaglia d’oro”.
Questo è il ricordo che ha alimentato i successi seguenti di van Vleuten, come per esempio il Giro Rosa. “Rio mi ha dimostrato che potevo essere una scalatrice migliore di quanto pensassi”, confida. Tuttavia, l’ha anche lasciata con dei demoni da sconfiggere nella crono mondiale del 2017 a Bergen.
“La mia vittoria di Bergen è stata un grande sollievo per me, perché tre giorni prima di quella gara stavo ancora lottando un po’ con gli strascichi mentali di Rio. Non riuscivo a dormire o mangiare. Non volevo cadere ancora davanti a tutti: la gente mi avrebbe etichettata come una che, quando è in buona forma, non è in grado di sopportare la pressione. Ora, ogni volta che osservo la mia foto di Bergen con a fianco mia madre, vedo sul mio viso dipinto un grosso sollievo”.
Sul podio, ha indicato gli orecchini fortunati dono del suo defunto padre, morto nel 2008 dopo una lunga malattia. “C’era una sorta di connessione tra mio padre, mia madre e me”, dice. “Li ho indossati anche a Rio e dopo l’incidente ho detto a mia madre: ‘Ah, quegli orecchini non mi hanno portato fortuna’. Lei mi guardò e disse: ‘Te ne hanno portata molta, invece’”.
Con Van Vleuten, Van der Breggen, Vos ed Ellen van Dijk tutte al vertice, è facile presumere che siano il prodotto di una programmazione votata al ciclismo, ma non è così.
“La prima ragione per cui le donne olandesi hanno successo sta nel fatto che andiamo in bici fin da giovani, anche solo per andare a scuola o fare shopping. Sono orgogliosa di questo aspetto della nostra cultura. E siamo piuttosto tenaci. Abbiamo un detto: non sei fatto di zucchero”.
Quindi, se fuori piove, usciamo in bici comunque. Inoltre, le donne olandesi sono molto indipendenti. Nessuno ci organizza la vita. In Inghilterra o Australia c’è un sistema che si prende cura delle ragazze al vertice, mentre noi facciamo tutto da sole. Le mie compagne di squadra si stupiscono se esco ad allenarmi da sola. Le ragazze olandesi sono molto autosufficienti e indipendenti, e questa è una caratteristica radicata in ogni atleta”.
Non contenta del suo successo fino a ora, van Vleuten si è già prefissata nuovi obiettivi: “Le Olimpiadi di Tokyo sono un grande obiettivo: la crono ma anche la corsa su strada. Dopo l’incidente dell’anno scorso, pensavo di avere perso la mia unica possibilità di vincere il Mondiale. Il percorso era perfetto per me. Invece, il nostro allenatore – dopo avermi visto piangere – mi ha inviato un messaggio di una sola riga con scritto: ‘Ci sono più metri di dislivello nei Mondiali 2020 in Svizzera rispetto a Innsbruck’. Era proprio quello che avevo bisogno di sapere, il miglior messaggio che potessi ricevere per risollevarmi il morale”.

Il mio progetto per il futuro delle donne nel ciclismo

Più gare di alto profilo
Abbiamo bisogno di una versione femminile di tutte le grandi gare: Parigi-Roubaix, Tour de France, Giro di Svizzera, Delfinato e Classiche d’autunno. Dovrebbero svolgersi lo stesso giorno degli uomini, come La Course. Non vogliamo però che si pensi di fare il Tour de France: vogliamo che lo si faccia realmente, perché considerato un valore aggiunto. L’Amstel Gold Race è un buon esempio e molte donne vengono alla corsa: è una grande occasione e fa bene al nostro movimento.

Salari minimi più alti
Il prossimo passo è fare in modo che tutte abbiano uno stipendio a tempo pieno. C’è stata un’indagine da parte di Cyclists Alliance che ha mostrato come molte donne percepiscono meno del salario minimo (il 50% delle donne Pro guadagnano meno di 10.000 euro l’anno). La maggior parte delle donne viene pagata come lavorasse in una fabbrica. Dobbiamo migliorare questo aspetto.
Alzare lo standard
Le gare femminili dovrebbero essere di due livelli: uno World Tour e uno inferiore. In Olanda, le dilettanti possono ottenere una licenza e gareggiare con le Pro. Una separazione alzerebbe il livello qualitativo. I premi in denaro sono pessimi ma, migliorando la qualità, arriveranno nuovi sponsor e tutto sarà una logica conseguenza. Il Tour Down Under (corsa australiana a tappe) e il Women’s Tour (corsa inglese a tappe) sono gare superbe, con un montepremi ricco e un vasto seguito di pubblico. L’Inghilterra dovrebbe esser fiera di questa gara.

Dateci gare più dure
Ai Campionati del Mondo del 2016 in Qatar ci hanno fatto fare giri stupidi della città, senza l’azione che c’era nel percorso maschile, e questo mi fa arrabbiare ancora oggi. A Bergen non abbiamo terminato la crono con la stessa salita. Perché? Mi vien da pensare che non siamo in grado di farla. Suvvia, prendeteci sul serio! La crono alle Olimpiadi di Tokyo è di circa 20 km (22,1 km), tale da generare scarti di un solo secondo. Perché non è di 40 km (44,2 km) come quella maschile? Noi abbiamo solo 68 partenti e gli uomini 130. Questa è pura discriminazione e mi rende molto più arrabbiata che la questione dei premi in denaro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA